Vincenzo Vita: «I rinvii sono un colpo al cuore. Non c’è più tempo»


Vincenzo Vita, dal Manifesto del 28/4/2015 – Uno degli effetti col­la­te­rali dell’Italicum è il rin­vio al 12 mag­gio della riu­nione del «tavolo sull’editoria» presso il sot­to­se­gre­ta­rio con delega Luca Lotti. Sono ormai diversi mesi che se ne parla, anche per­ché la «Galas­sia Guten­berg» volge al ter­mine e – come la Cina — il nuovo Con­ti­nente lin­gui­stico e seman­tico è vicino. Tutte le cate­go­rie inte­res­sate – dagli edi­tori, ai sin­da­cati, ai rap­pre­sen­tanti delle edi­cole, alle asso­cia­zioni dei gior­nali coo­pe­ra­tivi e non pro­fit, off e on line — inten­dono capire se sia ine­so­ra­bile una lenta ago­nia del set­tore o, piut­to­sto, una sua «media­mor­fosi», vale a dire una felice seconda vita in cui la rete diviene amica e non nemica del pro­dotto edi­to­riale «finito».

Negli Stati Uniti, in Fran­cia o in Ger­ma­nia – per rima­nere in Occi­dente, visto che in Cina o in Giap­pone la carta stam­pata regge, eccome — la discus­sione pub­blica è molto signi­fi­ca­tiva e non si capi­sce dav­vero per­ché la vicenda ita­liana si stia così ama­ra­mente spe­gnendo. Nel disin­te­resse di troppi, come se ai gruppi diri­genti – nel loro com­plesso — non sem­brasse essen­ziale valo­riz­zare i gior­nali come luogo pri­vi­le­giato dell’argomentazione e della tutela di uno dei lati pro­fondi dei saperi.

E non è vero che Inter­net, tablet e smart­phone con­dan­nino in modo defi­ni­tivo la carta stam­pata all’obsolescenza. Se mai, pos­sono inte­ra­gire con­tri­buendo – se l’offerta gior­na­li­stica è di qua­lità — ad arric­chire la dieta media­tica dell’era digi­tale. Una noti­zia recente uscita a marzo sul Cor​riere​.it, rife­riva di un’intesa che il pro­prie­ta­rio di Face­book Mark Zuc­ker­berg sta­rebbe sti­pu­lando con grandi testate come il New York Times per dif­fon­dere sul social una sele­zione delle noti­zie e degli articoli.

Ecco. Qui potrebbe pas­sare un fram­mento di un poten­ziale com­pro­messo posi­tivo tra old e new media, a con­di­zione che siano garan­titi neu­tra­lità e ugua­glianza nell’accesso. Insomma, non aut aut, bensì et et.

Per que­sto è urgente imma­gi­nare una «Con­fe­renza nazio­nale» in cui met­tere le fon­da­menta non di una «leg­gina», bensì di una riforma di qua­dro del sistema: dalle age­vo­la­zioni al diritto d’autore, al «bonus» per i gio­vani e alle inte­res­santi ipo­tesi delle orga­niz­za­zioni delle edi­cole – vera trama sul ter­ri­to­rio dell’universo post-analogico.

Ecco, allora, che i rin­vii sono un vero colpo al cuore. Per­ché non c’è tempo.

I bilanci delle testate vanno chiusi entro il 30 aprile e nes­suna garan­zia è stata data dal Governo. Il «Fondo dell’editoria», già ridotto al lumi­cino, rischia di sva­nire, tra­sci­nando nel disa­stro 130 gior­nali e cen­ti­naia di lavo­ra­tori. Senza urla – la voce ormai è rauca — va detto però con durezza che – con Seneca – coti­die mori­mur.

Si dia qual­che rispo­sta. Altri­menti sarà ovvio fare due+due: Ita­li­cum e riforma del Senato restrin­gono gli spazi demo­cra­tici, la Rai è messa sotto l’egida dell’esecutivo, molte testate potreb­bero chiu­dere nelle pros­sime ore.  Alleanza delle Coo­pe­ra­tive Ita­liane Comu­ni­ca­zione, Fnsi, File, Fisc, Media­coop, Anso, Articolo21 e Uspi  hanno posto sec­ca­mente il problema.

E, in un recente con­ve­gno della filiera (Aomga, Aie, Anes, Argi, Asig, Asso­carta, Asso­gra­fici, Fieg), si è ricor­dato che nel 2014 oltre 800.000 per­sone sono uscite dal mer­cato della let­tura dei libri; che nel 2013 hanno smesso di leg­gere abi­tual­mente un quo­ti­diano 1,9 milioni di cit­ta­dini e un perio­dico 3,6 milioni; oltre metà della popo­la­zione legge meno di un libro all’anno.

E la scuola? Aggiun­ge­remmo – e non sem­bri un’aporia — che metà degli ita­liani non usa nem­meno la rete. «Cul­tu­ral e digi­tal divide». Da horror.

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