Santo Della Volpe (FNSI): «Piccoli giornali, se scompaiono duro colpo alla democrazia» 1


È stato eletto presidente della Federazione nazionale della stampa italiana meno di un mese fa. Santo Della Volpe si trova ad affrontare la sfida sindacale più dura degli ultimi anni, quella di firmare un Contratto durante la crisi più devastante che abbia mai avuto il mercato dell’editoria nel nostro Paese. A questa crisi si aggiunge anche il taglio ai fondi per l’editoria, che comporterà la chiusura di più di duecento giornali gestiti da cooperative. La Federazione ha aderito alla campagna #menogiornalimenoliberi, per chiedere al Governo di garantire quel fondo e la sopravvivenza, non solo dei giornali, ma della stessa libertà di stampa.
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Presidente, i giornali gestiti dalle cooperative vivono grazie al contributo pubblico. Vendite e pubblicità non riescono a coprire i costi di gestione delle aziende. Se il contributo venisse tagliato ulteriormente, questi giornali non uscirebbero più in edicola. Come si pone la Fnsi rispetto a questa emergenza?
«La prima preoccupazione è quella dei posti di lavoro che verrebbero meno se dovesse continuare il taglio ai finanziamenti. Teniamo conto che i fondi per l’editoria fanno parte del patto contrattuale. La Federazione ha firmato il Contratto nazionale perché il Governo aveva dato delle precise rassicurazioni sul contributo economico all’editoria, che doveva essere di una certa portata. Se viene meno quel vincolo, più di 200 testate finiscono di esistere. E si tratta di giornali che fanno informazione di prossimità, un tipo di giornalismo importantissimo per il nostro Paese. Questa è l’altra preoccupazione: si verrebbe a perdere una risorsa fondamentale per i nostri territori. Pensiamo a quelle zone in cui è forte la presenza della criminalità organizzata. Solo la conoscenza di alcuni fenomeni, e la denuncia quotidiana di quegli organi di informazione, ci permettono di capire e di conoscere. La conoscenza è possibilità di capire e di scegliere, è democrazia. Senza quei giornali ci sarebbero meno libertà e meno democrazia. Il Governo questo lo deve tenere ben presente».
Tolti questi giornali, tutta l’informazione resterebbe nelle mani di quattro grandi gruppi editoriali. Questo è un altro rischio per la democrazia?
«Di fatto sì. Senza i piccoli giornali viene meno quel rapporto tra il cittadino e l’informazione, e quindi anche le istituzioni, che tiene in piedi questo Paese. L’Italia è un Paese di tanti campanili. In questo contesto è fondamentale che l’informazione sia più capillare possibile sul territorio. Se l’informazione viene concentrata in quattro mani in tutta Italia, spesso con dei giornali che sono la fotocopia l’uno dell’altro, che tipo di dialettica si verrebbe a creare? Che voce avrebbero le associazioni, i sindacati, i gruppi giovanili, le piccole società di calcio? Sono tutte piccole voci che oggi dialogano attraverso il giornale. Se manca questo, manca il sale della democrazia».
In altri Paesi questo finanziamento viene definito “fondo per la libertà di stampa”, in Italia non è così.
«Forse perché qualcuno si vergognava di chiamarlo così. Nel nostro Paese si è fatta molta confusione. Si è messo insieme nel termine casta: i giornalisti, i politici, le cose che vanno bene e che vanno male nell’informazione. Tutto è diventato casta. Esistono le caste nel nostro Paese, è vero. Ma esiste gente che fa un mestiere difficile come quello del giornalista, su dei territori che sono da comprendere, con dei meccanismi sociali ed economici in continua evoluzione e che il giornalismo ci aiuta a comprendere. Perché chiamare casta una categoria come quella dei giornalisti che ha un ruolo sancito dalla Costituzione? È profondamente sbagliato e provoca spaesamento nei cittadini che ci associano a tutti quelli che sono privilegiati. Ebbene, vorrei sapere dove sono i privilegiati nel nostro mestiere? Oggi uno che comincia a fare questo lavoro, quando va bene, resta precario fino a 40 anni. Ecco che un fattore di democrazia come la stampa, quella delle cooperative, della gente che lavora, viene confusa con la caste dei privilegiati».
L’alibi è l’abuso che di questi fondi se n’è fatto negli anni passati.
«C’è stato. C’erano giornali che non vendevano copie in edicola e che erano solo nelle rassegne stampa. Però non si getta il bambino con l’acqua sporca. Si fa una legge seria sul contributo all’editoria che metta dei paletti, delle condizioni per dare la possibilità di accedere ai fondi solo a chi fa davvero informazione sul territorio. Non a chi ha una testata e una coop fantasma che intesta alla moglie. Ci vuole un controllo».
In realtà quando il sistema dei controlli è stato attivato, molte di queste testate sono state cancellate.
«Sì, a parte i giornali di alcuni partiti. Bisogna fare pulizia».
C’è una certa politica che cavalca la tigre e sostiene il taglio indiscriminato di questi fondi.
«Ci sono pochi Paesi al mondo, forse gli Stati Uniti, dove alcuni giornali riescono a vivere solo con la pubblicità, o dove ci sono famiglie di editori puri. In Italia non ne abbiamo mai avuti. E qui i giornali difficilmente possono vivere dell’1,20 euro delle edicole, o della pubblicità o delle inserzioni. L’interrogativo che ci dobbiamo porre, prima da cittadini che da giornalisti, è questo: vogliamo che ci sia un allargamento di democrazia nel nostro Paese o vogliamo che si determini il massacro che si sta profilando all’orizzonte? Teniamo conto che più di 200 testate significano più di 3mila posti di lavoro, senza contare quelli dell’indotto».
Il costo sociale di questa operazione è enorme.
«In questi piccoli giornali, spesso, il 60% del personale è giovane. Vogliamo mettere altri giovani in strada? Per fare cosa? Con tutto il rispetto per i contadini, non produciamo mele o cavolfiori. Il nostro è un lavoro intellettuale ed è legato alla conoscenza dei fatti e all’esistenza stessa della democrazia. Al deficit economico se ne aggiungerebbe un altro più grave».
In Campania resterebbe solo il Mattino. 
«Sarebbe una tragedia. Ho vissuto un periodo a Torino in cui c’era solo la Stampa perché era fallita La Gazzetta del Popolo. Beh, mi mancava. Era un’altra voce e si faceva sentire. Quando resta solo un monopolio nell’informazione, il cittadino che garanzia ha che quell’informazione sia davvero pluralista?».
Ho sentito dire ad alcuni parlamentari dire: se la stampa non ha mercato, allora non deve esistere.
«Non hanno presente la realtà dei fatti. Vorrei solo ricordare che alcuni grandi quotidiani americani come il New York Times e il Washington Post avevano avviato un percorso che li portava solo alla digitalizzazione. Sono tornati precipitosamente indietro. Perché non tutti ancora gradiscono leggere sul tablet o sul computer e non tutti hanno questa possibilità. C’è una fascia generazionale nel nostro Paese che non ha accesso a questi nuovi strumenti. C’è un equilibrio che si deve trovare tra le nuove generazioni e le vecchie. Ci si può adeguare a questa tendenza adeguando anche i contratti e le leggi. Il principio di fondo, però, è uno solo: quello che conta è il contenuto, e il contenuto si forma attraverso le persone che ci lavorano, attraverso la loro formazione, la loro autonomia e i loro stipendi».
Quello dei compensi è il problema più serio di questa professione. Si sta giocando pericolosamente al ribasso.
«Se un giornalista è ricattabile, perché ha uno stipendio basso che garanzia può dare al cittadino che il suo lavoro sia approfondito e che quelle notizie siano verificate. Il ruolo fondamentale del giornalista è quello di essere un meditatore tra la verità dei fatti e il desiderio di conoscenza del cittadino».
In realtà moltissime di queste cooperative sono già alla canna del gas. Siamo al limite della sopravvivenza e siamo agli sgoccioli di questa fase. È necessario trovare una soluzione.
«Così come il Governo trova fondi per la scuola, che è un fondamento della nostra società, deve trovarli anche per l’informazione che è il fondamento della nostra democrazia. Bisogna ripensare ad una legge sull’editoria».
Qual è la strategia della Federazione per convincere il Governo?
«Ci stiamo pensando. Ma dal Congresso è uscita un’indicazione chiarissima: rimettere il lavoro al centro della discussione e creare una triangolazione nuova tra editori, giornalisti, Governo e Parlamento. Perché l’Esecutivo deve trovare i soldi ma le Camere devono fare le leggi».
Proprio le leggi in Italia stanno diventando un rischio per la libertà di stampa, pensiamo alla diffamazione.
«Se passa una legge sulla diffamazione che limita la libertà di stampa, non va bene. Se pensano di mettere mano a una legge che limita la pubblicazione delle intercettazioni, non va bene. È evidente che i giornalisti hanno dei doveri e dei limiti deontologici nell’utilizzo delle intercettazioni. Però non si possono togliere diritti con la scusa che ci sono stati degli usi impropri. Perché così si va a colpire di nuovo la libertà di informazione e la democrazia».
Il Presidente della Repubblica ha detto davanti alle Camere che va garantita la libertà e l’autonomia dell’informazione.
«Questo è molto importante. Ho sentito spesso parlare di libertà di stampa, ma poco di autonomia. L’autonomia è tutto nel nostro lavoro. La strategia nostra è tutta scritta nel concetto che Mattarella ha espresso».
Da cosa ripartirà il sindacato?
«Dal Contratto, che dovrà considerare tutte le categorie di giornalisti, compresi gli autonomi. Ma l’altra parte della medaglia riguarda i doveri del giornalista. Vittorio Roidi mi ha scritto una lettera di auguri scrivendomi: “Ricordati sempre che il giornalista è il servitore del lettore”. Questo è molto impegnativo. Ma, insieme all’Ordine, anche la Federazione deve scrivere le regole del mestiere».
Che deve avere di nuovo il nuovo Contratto dei giornalisti?
«Due pilastri: la solidarietà contrattuale tra i colleghi e la possibilità di dare a tutti la possibilità di vivere di questo mestiere. È difficile in questo periodo di crisi. Ma è possibile recuperare sui salari. Il concetto di autonomia salariale e intellettuale deve essere trasformato in un sistema di norme di difesa del giornalista, recuperando un po’ di quelle garanzie che abbiamo perso in passato. Ma dobbiamo creare una piattaforma in cui sia la base a scegliere, a partire dai Cdr. E di questo contratto dovrà far parte la vasta categoria di quelli che non sono contrattualizzati. L’equo compenso è stato un passo, ma non basta e va ridiscusso».
(intervista di Claudio Silvestri, dal Roma del 20 febbraio 2015 – Leggi l’intervista in formato PDF)

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