Roberto Mugavero, Minerva Edizioni: “Tagli all’editoria? Strage per la cultura. Politici come i terroristi di Charlie Hebdo”


Napoli. «Sono un editore e conosco molto bene lo stato in cui versa l’editoria tutta in Italia, libri, librerie ed edicole compresi. Ma un Paese civile, con una classe politica civile, dovrebbe tutelare la propria cultura come priorità del mandato elettorale e continuare a sostenere i quotidiani (veri e non presunti) e l’editoria di qualità in genere». A parlare è Roberto Mugavero, patron della Minerva Edizioni, casa editrice bolognese che sforna un centinaio di titoli all’anno, tre libri al giorno in media, e che deve combattere con i colossi che in Italia occupano la fetta più grande del mercato dell’editoria.

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In Italia il contributo pubblico è ridotto al lumicino e copre solo una piccola percentuale del fabbisogno delle cooperative che ne hanno diritto. Se la situazione resta questa, se non si mette mano al finanziamento pubblico, scompariranno più di duecento giornali gestiti da società cooperative assolutamente no profit.
«Ritengo che in un Paese civile, come dovrebbe essere l’Italia, culla della storia, oltre a salvaguardare i servizi di base come la Sanità e Trasporti, bisogna tutelare la cultura. L’editoria ha in questo un ruolo fondamentale. Tutelare la pluralità delle idee e delle espressioni è l’unico modo per ritrovarci una società migliore. Si dovrebbe cominciare dalla scuola».

L’educazione alla lettura comincia a scuola. In Italia si legge pochissimo.
«Bisogna valorizzare e quasi, mi passi il termine, imporre la lettura di giornali e libri dalle elementari. Il segreto, in fondo, è cosa si fa leggere ai giovani. Imporgli libri o articoli pesanti come macigni (per il proprio ego e la propria frustrazione) hanno alla fine sui ragazzi l’effetto contrario di avere futuri adulti che rifiutano la lettura anche di cose leggere come i romanzi e le pagine dello sport. La chiave, ritengo, è, oggi più che mai, nei contenuti e nella loro qualità che deve essere divulgativa per il 50%, di approfondimento per il 30% e di ricerca per il restante 20%. Non saranno i tweet, gli sms e i post a portarci nel futuro, ma la conoscenza di chi siamo e di dove vogliamo andare, raccontata in modo da non scomparire dopo pochi secondi (come i tweet), ma di restare per sempre come fa la carta. Dovrebbe essere un dovere per noi e verso le future generazioni».

Ma i sostenitori dei tagli all’editoria dicono che i giornali non vendono e per questo devono scomparire. Insomma, dicono che a decidere deve essere il mercato.
«Mi piacerebbe sapere quanti libri e giornali legge durante un anno chi dice che il mercato deve determinare l’esistenza dei giornali. Qui se c’è qualcuno che ha sbagliato è la politica, che non ha fatto nulla per far crescere nelle nuove generazioni la necessità delle lettura dei giornali e dei libri. Non possiamo vivere solo di tweet che vengono bruciati in pochi secondi. L’editoria può essere anche sull’iPad, va benissimo, ma non possono dire che non serve a nessuno. Io credo nella cultura, nei libri e nella coscienza della gente. Se ci troviamo in queste condizioni è perché non è stato fatto nulla per la crescita. Un Paese ignorante è una sconfitta per la politica italiana. Si facciano tagli su altre cose, altrimenti fra poco avremo una popolazione incivile che si rivolterà contro quegli stessi politici che ci hanno portati allo sfascio».

In altri Paesi europei i finanziamenti per l’editoria vengono chiamati fondi per la libertà di stampa.
«Paesi come la Francia e l’Inghilterra hanno fatto sempre cultura nelle scuole. Far crescere l’amore per la scrittura e per la cultura è un problema molto sentito, Da noi non è così. Non possono dare la colpa agli editori. Abbiamo il meglio possibile in questo Paese, un patrimonio invidiato da tutto il mondo e non sappiamo valorizzarlo. Non hanno capito che con quest’atteggiamento stanno facendo una strage, è un genocidio culturale. Avete presente la strage del Charlie Hebdo? Uccidendo i piccoli giornali loro stanno facendo la stessa cosa. Se il “Roma” scomparirà, dovremo scendere tutti in piazza ad urlare: “Io sono il Roma”».

Tutti i giornali resterebbero nelle mani di quattro o cinque gruppi editoriali.
«Le testate principali sono proprietà di grandi gruppi che non sono editori puri, e sono certamente meno libere delle coop di giornalisti. Per questo è necessario tutelare maggiormente questo tipo di giornalismo. Più voci diverse significa più confronto sia politico che culturale. Per questo il fondo all’editoria dovrebbe rappresentare un aiuto più concreto per le piccole testate».

Piccole testate che coprono quasi la totalità dell’informazione locale.
«L’aspetto locale è importantissimo, io vengo da Bologna dove c’è “il Resto del Carlino”. Ma la parte importante la fanno le edizioni locali, che sono la parte fondante della nostra storia e della nostra cultura. Tra 50 anni se qualcuno vorrà sapere che cosa è successo a Napoli, dovrà sfogliare un giornale, altrimenti non troverà nulla. L’Italia è il paese dei mille campanili, dare massima espressione al territorio è una necessità. Anche se, per necessità, non ci sono grandi numeri. È l’unico modo per approfondire il Paese in cui viviamo».

Cosa rischiamo di perdere oltre ai giornali?
«Cito il direttore del Quotidiano Nazionale Andrea Cangini, che con me ha pubblicato “L’onore e la sconfitta”: “Noi abbiamo perso già una guerra che non sapevamo di aver combattuto e dove comandano già gli altri”. Non siamo più padroni in casa nostra. Qualcun altro comanda in casa nostra e sono i Paesi che decidono della politica monetaria. Non possiamo fare nulla senza il loro placet. È un motivo in più per salvare l’editoria locale, l’identità dei nostri territori. Altrimenti sarà come mangiare sempre da McDonald’s. Le trattorie saranno un ricordo».

Altra argomentazione di chi vuole tagliare il fondo è che in passato alcuni hanno approfittato di questi soldi.
«Basta verificare una ad una le testate, quelle che hanno una storia sul territorio e che sono realmente presenti. E non i giornali di partito ad uso e consumo del politico di turno. Non è possibile che per gli errori di alcuni paghino tutti».

di Claudio Silvestri, Il Quotidiano Roma – 14 aprile 2015

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