Roberto Di Francesco (Uilcom-UIL): «Renzi fa una scelta miope tagliando risorse sulla pluralità dell’informazione»


ROMA. Dopo Fistel-Cisl, Slc-Cgil anche Uilcom-Uil è impegnato sul fronte delle associazioni e dei sindacati che si riconoscono nei contenuti dell’appello “Meno giornali. Meno liberi” che raccoglie l’allarme lanciato per il rischio autentico di chiusura di 200 testate quotidiane, periodiche in Italia e all’Estero, l’uscita dal lavoro di 700 giornalisti professionisti, 1.300 collaboratori e 280 poligrafici. Risponde alle nostre domande Roberto Di Francesco, componente della segreteria nazionale di Uilcom-Uil.

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Le trasformazioni tecnologiche hanno ridotto ormai a poche migliaia i lavoratori poligrafici nelle testate giornaliste ma anche in alcune imprese multimediali…c ome fermare questa voragine occupazionale?

Sono, ormai, diversi anni che il settore poligrafico ha impattato in una crisi senza precedenti, dovuta principalmente alla crisi economica che attanaglia il nostro paese e si fa sentire anche in altri Paesi del Sud Europa, con riduzioni fino al 50%, negli ultimi anni, degli investimenti in pubblicità , delle copie vendute e della foliazione che viene ridotta in continuazione anche nelle grandi testate che stanno perdendo copie e contemporaneamente una crisi della carta stampata è anche dovuta alla forte penetrazione , soprattutto nei più giovani, di smart phone, tablet, pc ed altro che producono la rinuncia di molti giovani all’acquisto del quotidiano o del settimanale come avveniva invece come buona abitudine di milioni di persone. La Uilcom ha affrontato, sino ad oggi, con grande senso di responsabilità questo processo, principalmente governando la fortissima riduzione di manodopera attraverso, lo strumento di ammortizzazione sociale della legge 416, che ha permesso la fuoriuscita di migliaia di lavoratori in maniera non traumatica. Purtroppo questo ammortizzatore sociale, lo scorso anno, è stato modificato alzando i requisiti per andare in pensione, rendendolo inapplicabile, di fatto almeno nei prossimi anni, almeno fino al 2018. Nello stesso tempo stiamo cercando, anche con una proposta presente nel la nostra piattaforma del ccnl, di prevedere una riconversione del personale, soprattutto di quello più giovane, verso le nuove professioni rivolte al mondo web, anche attraverso importanti processi formativi.

Sembra quasi che vi sia una resistenza sindacale ma anche culturale da parte del sindacato di settore al grande mutamento tecnologico informativo in corso…

Sulla domanda posta, credo che non possiamo parlare di innovazione tecnologica accettabile o non accettabile, in quanto le innovazioni tecnologiche se sono valide e innovative non c’è modo di contrastarne la diffusione nella società, a rischio di rivedere fenomeni di neo luddismo che sarebbero paradossali. Dobbiamo imparare tutti quanti, più che altro, a governare i processi, spesso anche molto traumatici per l’occupazione e cercare di formare la forza lavoro alle nuove tecnologie con forti specializzazioni, anche per combattere fenomeni di precarietà che si vanno formando proprio nelle tanto decantate attività innovative.

Uilcom, di sua iniziativa e dopo le dichiarazioni pronunciate dal segretario generale Barbagallo nella sede del congresso nazionale della Fnsi il mese scorso a Chianciano Terme è decisamente in campo per la battaglia contenuta nell’appello “Meno giornali. Meno liberi”.

La Uilcom ha aderito alla campagna “Meno giornali meno liberi” perché la liberta di stampa è nel dna della Uil, che è un sindacato che nasce laico, riformista e socialista. Non ce lo dobbiamo mai dimenticare. Io , personalmente, aggiungerei insieme al meno giornali meno liberi anche giornali più liberi per più democrazia, in quanto credo che una migliore qualità e libertà dei quotidiani nel nostro paese passi anche per una maggiore indipendenza degli stessi dal potere politico, industriale e finanziario. Da questo punto di vista non vedo come ritenere che la scomparsa di tanti giornali editi da cooperative, associazioni non profit, rappresentativi di idee, fedi diverse e territori non sia una grave perdita per l’Italia. Il nostro Paese, purtroppo non brilla mai molto nelle classifiche sulla libertà di stampa, qualcuno lo sta dimenticando. Nell’ultima classifica di reporter senza frontiere, siamo scivolati credo di 24 posti. Non è molto lusinghiero.

Come giudica il taglio 2013, l’ulteriore riduzione 2014 e il vuoto del 2015 nel Fondo per l’editoria?

Per quanto riguarda la fortissima riduzione, negli ultimi anni, delle risorse per il Fondo dell’editoria, possiamo dire che è sicuramente una scelta miope andare a tagliare risorse sulla pluralità dell’informazione, soprattutto per quelle cooperative o no profit o testate rivolte alle minoranze linguistiche. Anche se forse negli scorsi anni una più attenta valutazione dei criteri per accedere alle risorse pubbliche poteva essere fatta e avrebbe evitato molte contraddizioni esplose con i tagli del Governo.

Siete pronti ad ampliare ad altre voci oltre a quelle sindacali sul terreno della difesa dell’informazione?

Pensiamo sia indispensabile per la vita futura di questo settore cercare di aggregare quanti più settori della società su questo tema che riguarda la democrazia e la libertà nel nostro Pese. Stiamo mettendo in campo insieme alle associazioni datoriali, per ora dei grafici, un’iniziativa che possiamo definire anche “stati generali dell’editoria” per sensibilizzare le istituzioni e i media tutti su un tema così delicato, come quello del pluralismo e della libertà di stampa, di cui sembra ci si accorga dell’importanza solo quando succedono fatti di sangue come quelli di Parigi dove sono stati uccisi giornalisti e vignettisti. Morti per la libertà e la democrazia, non certo per il freddo.

(dal Corriere Romagna del 4 marzo 2015)

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