Quali modelli di business per l’informazione nell’era digitale?


«E’ privo di senso immaginare un “modello di business per la carta” separato da un “modello di business per il digitale”: il giornalismo della testata è uno solo e occorre trovare le diverse fonti di ricavo che consentano di esercitarlo». Tante fonti di ricavi che si sommano, in misura maggiore o minore: così Mario Tedeschini Lalli, Vicedirettore, direzione Innovazione e Sviluppo del Gruppo L’Espresso, descrive il sistema di incassi dell’editoria del futuro.

L’elenco è il seguente:

  • Il pagamento di contenuti (paywall fisso, paywall morbido, vendita di contenuti singoli, articoli e video) e in parte c’è già.

  • Una parte dei ricavi, forse decrescente, sarà di tipo pubblicitario tradizionale, specialmente con banner. (…)

  • Poi ci sono altri strumenti pubblicitari come il native advertising, che non è il giornalismo sponsorizzato. (…).

  • Poi c’è la possibilità di fare eventi. Molte testate già lo fanno(…).

  • Poi, invece di parlare di abbonamenti e pagamento di contenuti – tutte cose che vengono dal “mondo precedente” – si può parlare di ‘membership’. Viene proposto ai lettori di diventare soci dell’impresa perché si ha a cuore quella comunità informativa. (…)

  • Uno degli effetti paradossali del digitale che si sta già vedendo all’estero, ma in parte anche in Italia, è che dal digitale si torna all’analogico, nel senso che si torna al contatto con la persona. (…) Un giornale olandese, nato con crowdfunding, De Correspondent, è un magazine dove chi paga, paga per entrare a far parte della comunità e serve a sua volta da redazione per generare e verificare contenuti.

  • Infine ci potranno sempre essere ricavi dalla vendita di copie e/o pubblicità da prodotti cartacei, in misura maggiore o minore.

Difficile non essere d’accordo, ma a queste forme può e deve aggiungersi anche una forma di sostegno pubblico all’editoria, come previsto in moltissimi Paesi europei, per tutelare il pluralismo e la libertà dell’informazione.

 

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