Pietro Caruso (Il Pensiero Mazziniano): «Da Luca Lotti ci aspettiamo una riforma dell’editoria che tuteli il pluralismo»»


FORLI. Il Pensiero Mazziniano, rivista di cultura politica nazionale esce ininterrottamente dal 1946, fra il 1944 e il 1945 fu un periodico della clandestinità, dal 2004 è diretta dal giornalista Pietro Caruso che è anche il presidente dell’Associazione stampa forlivese.
Nei giorni scorsi è arrivato al Tavolo della campagna nazionale di comunicazione Meno giornali. Meno liberi l’adesione della rivista nazionale Il Pensiero Mazziniano e dell’Esecutivo nazionale dell’Associazione Mazziniana Italiana per quali motivi?
Non è la prima volta che i mazziniani nella storia più recente della Repubblica si occupano di libertà di stampa, anzi direi che è nel dna culturale e politico dei mazziniani avere svolto nel XIX secolo un ruolo determinante nella nascita di periodici e persino quotidiani popolari che avevano un’ispirazione ideale repubblicana ma puntavano decisamente a sviluppare una “missione educatrice” della stampa e un ruolo del giornalista come esecutore dell'”inviolabilità per pensiero”. Concetti che Mazzini espresse compiutamente nel 1848 e che si sono ritrovati nell’articolo 21 della Costituzione tuttora in vigore. Crediamo che la scomparsa di molti giornali quotidiani e di periodici di tanti e diversi orientamenti culturali, ideali e religiosi sia un dramma da evitare alla democrazia italiana.
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Anche voi fate parte delle testate che fanno riferimento al Fondo per l’editoria e quindi siete parte in causa?
Il bello è questo: non abbiamo richiesto contributi al Fondo, nonostante il nostro editore sia l’Associazione Mazziniana Italiana che è un’associazione onlus, quindi non è certo creata a scopo di profitto. Di più, per fare uscire regolarmente il Pensiero Mazziniano che una rivista quadrimestrale e il bimestrale Azione Mazziniana che è un periodico interno ai soci si spende oltre il 60 per cento dell’intero bilancio dell’Ami, ma è un sacro dovere continuare a diffondere le idee mazziniane che si occupano attivamente di spiegare, divulgare, commentare gli eventi avvenuti durante il Risorgimento, la Resistenza e nel corso delle lotte democratiche in Italia e in Europa anche nei nostri giorni. Aderiamo alla campagna Meno giornali Meno liberi perché è una buona battaglia per un Paese che non deve perdere le caratteristiche che la Costituzione ha scolpito nei diritti e doveri della cittadinanza.
Siete al corrente dei tagli imponenti del 2013, la scarsissima consistenza del Fondo nel 2014 e l’assenza del 2015?
Questo aspetto è da me conosciuto e riversato a tutti gli amici delle redazioni del Pm e di Am e nell’Ami perché come presidente dell’Associazione stampa forlivese condivido in pieno l’adesione che la Federazione nazionale della stampa italiana ha dato a questa iniziativa insieme ad altre associazioni giornalistiche e sindacati dell’editoria e della comunicazione. Rispetto agli eccessi di alcuni anni fa so per visione diretta dei soggetti presenti nel Fondo presso la presidenza del consiglio che sono rimaste in piedi solo testate che non hanno commesso malversazioni e gravi violazioni come è invece è avvenuto da parte di imprenditori senza scrupoli che, addirittura, avevano scippato anche nomi di giornali (come l’Avanti!) che hanno avuto tradizioni ben più gloriose. In ogni caso credo che debba esserci il massimo rigore quando si gestiscono fondi pubblici… siano essi mille euro come un milione. In ogni caso so anche che questi fondi non servono per fare i bilanci delle cooperative e associazioni onlus editrici… ma come una sorta di titolo in garanzia in un mercato del credito che è molto arcigno quando non ci sono grandi capitali di garanzie alle spalle. Mi sembra che lo Stato debba dare un sostegno anche a coloro che hanno poche risorse… l’articolo 21 non è solo la libertà d’espressione ma anche la garanzia per esercitarla. E’ una grande questione europea e oggi serve una riforma dell’editoria derivata da fonti diritto nazionale ed europeo che riguardi carta stampata, giornalismo on-line, radio, televisioni e mondo web. Il mondo è cambiato e cambierà.
Cosa suggerisce agli uomini di Governo e ai tecnici che gestiscono ora il Fondo per l’editoria e i rapporti con tutto il mondo editoriale?
Di guardare all’ampiezza dei problemi e dei soggetti che operano sul campo. Di non farsi condizionare dai rapporti di forza che spingono la politica nell’angolo da parte dei grandi gruppi prima di tutto televisivi e presto anche web. La ricerca di consenso non può essere governata dalla mera propaganda, tanto meno dal potere di chi usa l’informazione, ma non ha come missione l’informazione. So che ci sono problemi seri, oltre che per decine di quotidiani e periodici di carta, anche per i diritti della stampa online mal protetti e ora anche per decine di televisioni locali che hanno perso spazi di emissione e di pubblicità per il gigantismo di Rai e Mediaset.
Confido che si faccia in fretta una riforma generale dell’editoria in Italia che faccia nascere un Fondo per il pluralismo e la libertà di informazione che si approvvigioni con molteplici strumenti e chieda un maggiore contributo a chi ha di più. In gioco non si sono soltanto alcune migliaia di posti di lavoro che erano qualificati, ma soprattutto l’arretramento degli indici di lettura, la riduzione di quegli spazi che si sono conquistati movimenti, territori, forme alternative di governo dell’economia e della società. Solo la falsa coscienza dei moralisti possono pensare a un mondo dove l’informazione non costa nulla e si sviluppa solo sulla rete. Il rischio del Grande Fratello c’è. Saremo sempre fieri e irriducibili avversari di un Potere che elimina i giornali e getta sulla strada giornalisti, collaboratori e poligrafici. Gli esempi storici di quello che è accaduto nel passato con questo tipo di politiche distrugge la democrazia. Non ci stiamo.

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