Mimmo Angeli (Corriere Mercantile): «Quattro o cinque grandi gruppi sono l’unica editoria possibile?» 1


GENOVA. Una delle più antiche esperienze di quotidiani gestite da cooperative di giornalisti e poligrafici è il Corriere Mercantile. Nel 1824 era poco più di un foglio notizie per navi, passeggeri e merci dal porto di Genova ma dopo una serie di infinte vicissitudini, fra cui il fallimento dell’editore privato “Portoria” un gruppo di intraprendenti giornalisti e poligrafici intrapresero con le loro forze la continuazione dell’uscita di un quotidiano che tuttora vive e combatte nelle difficoltà rese ancora più acute dal taglio 2013 del Fondo per l’editoria e dalla perdurante incertezza della contribuzione pubblica nel 2014. Mimmo Angeli, direttore del giornale genovese e presidente della Cooperativa giornalisti e poligrafici racconta questa avventura.

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Coraggio, ma qualcuno la chiama tuttora, incoscienza quella di cercare di editare come cooperativa un quotidiano che esce sei giorni alla settimana e il lunedì come Gazzetta del lunedì…

«Allora, ma anche adesso, in questi giorni portare avanti un giornale quotidiano nelle edicole senza grandi capitali alle spalle è una impresa faticosa e piena di rischi soprattutto sul versante editoriale. Allora, nel 1977, quando partì quell’avventura insieme ad un gruppo di colleghi facemmo versamenti individuali di 300 mila lire di fronte al fallimento dell’editore privato che gestiva la testata. Una testata storica per i genovesi, in un momento che allora fra l’altro vedeva la città in una crisi economica, diversa da questa, ma infestata di gravi problemi sociali e di sicurezza…si pensi alle vicende terroristiche del brigatismo. Posso dire che per alcuni mesi ci pagammo uno stipendio simbolico… i sacrifici furono enormi, né va dimenticato che testardamente fino al 2000 eravamo un quotidiano del pomeriggio e avevamo un fior fiore di concorrenti mattutini, poi arrivammo ad un punto di svolta proprio con l’inizio di questo secolo».

Cosa successe nell’anno di cambio di secolo per il Corriere Mercantile e la Gazzetta del lunedì?

«Il 16 maggio del 2000 cominciammo ad uscire di mattina, fummo l’ultimo dei quotidiani italiani chiamati serali, e introducemmo anche la formula del tandem con un quotidiano nazionale che fu La Stampa…un accordo con il quotidiano torinese che durerà ancora fino alla fine del mese di febbraio…poi tenteremo la strada di nuovo del tutto da soli».

Per quale motivo?

«Non è una responsabilità mia e degli altri soci giornalisti e poligrafici siamo in tutto 22, ma un’inevitabile cambiamento di strategie editoriali, perché la editrice della Stampa e quella del Secolo XIX hanno stretto un patto societario e non possiamo dimenticare che il Secolo XIX è tuttora il nostro principale concorrente nel territorio genovese…diciamo che iniziamo un altro viaggio sicuramente ancora più difficile».

Un giornalista come lei potrebbe tirare i remi in barca…certi obiettivi sono stati raggiunti, l’anagrafe professionale è colmo di buoni risultati…e allora perché continuare?

«Se si crea una cooperativa una parte del proprio ego lo si deve mettere da parte, quando poi si fa il direttore e presidente ci si lega ad un patto di ferro con i colleghi che diventano molto più che nei grandi giornali gerarchizzati e formali in una vera unica famiglia. La famiglia non la si può lasciare al proprio destino specie quando le difficoltà sono diventate enormi per una serie di concomitanze alcune generali di tutto il settore dell’editoria della carta stampata e altre ancora squisitamente locali, territoriali. Si dimentica troppo spesso che un giornale locale è il frutto, anche, della capacità e della voglia di fare di un intero territorio».

Il taglio del Fondo dell’editoria 2013 è stato molto profondo e finora spiragli di rifinanziare oltre una soglia di ridicolo il 2014 non si vede…

«Siamo alla fine di un’altra corsa. Ne parliamo da anni e devo dire che sono molto deluso dal Governo che pure si è presentato attraverso il nuovo sottosegretario Luca Lotti con una grande voglia di fare, ma i tempi dell’annunciata riforma di tutti i comparti dell’editoria non sono dichiarati e si rischia di arrivare troppo tardi con molti giornali come il nostro e anche periodici di valore prima ancora che fuori mercato, fuori da ogni sostegno verso il mondo del credito. Il paragone che viene fatto con altri Paesi europei che non concederebbero contributi diretti alle testate, cade di fronte al fatto che quasi tutti i Paesi europei concedono imponenti contributi indiretti che vanno dal completo costo della formazione, delle spese postali, persino del reperimento delle sedi e tecnologiche per svolgere l’attività professionale. Fuori dalla demagogia dobbiamo decidere se in Italia l’unica forma di comunicazione possibile è quella attraverso quattro o cinque grandi gruppi editoriali della carta stampata e il duopolio televisivo Rai-Mediaset. In fondo non è retorico per un giornalista di orientamento liberale come me… alla fine è una questione di volontà politica e di garanzia della democrazia. Per questo sono molto colpito che il passaggio del presidente della Repubblica sulla libertà dell’informazione e il suo conseguente pluralismo non abbia sortito che un effetto marginale sul Governo ed anche nel Parlamento».

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