Lo scrittore Maurizio De Giovanni: «La concentrazione dei gruppi editoriali mette a rischio l’informazione»


Maurizio de Giovanni è uno scrittore napoletano. È diventato famoso per il commissario Ricciardi, personaggio dei suoi romanzi gialli. Nel 2012 si è cimentato nel genere noir con il suo nuovo personaggio, l’ispettore Lojacono. Molti dei suoi romanzi sono stati tradotti in inglese, spagnolo e catalano, in tedesco e in francese. Il 10 aprile prossimo debutterà come sceneggiatore al teatro Bellini nella rielaborazione della drammaturgia di Wasserman del capolavoro di Ken Kesey. “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.
degiovanni
Il fondo per l’editoria è ridotto al lumicino e copre poco più del 20% del fabbisogno. Questo ha messo in ginocchio più di 200 testate giornalistiche no profit. Se la situazione resta questa, le testate saranno costrette a chiudere e in strada andranno circa 3mila giornalisti, senza contare l’indotto. Se si realizzasse questa ipotesi, l’informazione in Italia resterebbe solo nelle mani di quattro gruppi editoriali. Non ritiene che questo sia un rischio per la libertà di stampa?
«Certamente. Sono fortemente convinto che alcuni settori del mondo del lavoro, e l’informazione è uno di questi, non possano essere considerati alla stregua di altri comparti dell’economia e che non possano e non debbano cedere alle semplici logiche di mercato. Al di là delle problematiche che investirebbero gli operatori, il problema della concentrazione dei gruppi editoriali riguarda tutti perché metterebbe a forte rischio l’obiettività e l’onestà della comunicazione».
Nove associazioni di categoria hanno lanciano una campagna per fare pressione sul Governo e approvare una nuova legge sull’editoria, una legge che preveda controlli rigidi, ma che garantisca i fondi necessari alla sopravvivenza dei giornali. Condivide questa iniziativa?
«Ogni iniziativa tesa all’affermazione di un valore condiviso come la necessità della conservazione della libertà di opinione mi vede profondamente favorevole. Ritengo che non debba esserci alcun limite all’esercizio della libertà di stampa, soprattutto in un momento come quello attuale in cui l’omologazione e l’appiattimento sulle posizioni di potere è così frequente nel nostro Paese. Una garanzia di pluralismo è l’unico modo per garantire la sopravvivenza di una diversità d’opinione che è la chiave per il mantenimento della democrazia rappresentativa».
È vero che in passato alcuni hanno approfittato di questi fondi, ma questo sta diventando per una certa politica l’alibi per cancellare una voce di spesa che garantisce un diritto sancito dalla Costituzione. Lo stesso Presidente della Repubblica ha chiarito la necessità di tutelare l’autonomia dell’informazione.
«Al di là delle dichiarazioni di principio, è necessario che l’erogazione di fondi pubblici sia sottoposta a rigidi controlli in una nazione che è prima nelle classifiche mondiali per corruzione e concussione. Questo è vero in ogni settore dell’economia che benefici delle risorse comuni, e tanto più in un comparto strategico come quello dell’informazione. Predisposti gli adeguati controlli, piena dev’essere la libertà d’esercizio autonomo di questa attività che rende conto solo alla pubblica opinione».
La carta fondamentale dei diritti dell’Ue impegna ogni Paese a promuovere e ga- rantire la libertà di espressione e di informazione. In altri Paesi dell’Unione questi finanziamenti vengono chiamati “fondi per la libertà di stampa”. In Italia non è così.
«Come purtroppo spesso accade, l’Italia resta negli ultimi posti per quanto riguarda il sostegno a tutto ciò che rimonta alle libertà che si acquisiscono attraverso la cultura. Non sorprende ma addolora che questo avvenga in un Paese che dovrebbe avere proprio nella cultura, data la storia e i siti che possiede, la maggiore delle risorse. Guardiamo all’Europa per giustificare i tagli alla spesa, ma mai per seguirne le vie positive».
Secondo una ricerca dell’Università di Oxford l’Italia nel 2014 spende solo 30 cent procapite per la libertà di stampa. In Francia si spendono 18,77 euro a testa, in Gran Bretagna 11,68 euro, in Germania 6,51 euro. In Europa siamo ultimi.
«Nulla di nuovo. Non si legge, non ci si informa e non si riesce ad avere elementi sufficienti a formarsi un’opinione personale. Ciò lascia al solo canale televisivo il flusso di informazioni e di commenti e quindi l’opportunità di omologare e influenzare le coscienze, mettendo a rischio il pluralismo e quindi la democrazia stessa».
Tutta l’informazione locale, quella dei piccoli e dei grandi Comuni, è nelle mani delle società cooperative che vivono grazie al fondo pubblico. Senza questi soldi in Campania resterebbe solo il Mattino. Non le sembra una prospettiva inquietante?
«Certamente, perché i dorsi locali delle grandi testate nazionali non riescono adeguatamente a sostenere l’informazione regionale. Credo che sia fondamentale mantenere una pluralità di voci, soprattutto in una regione come questa che tende sempre più a perdere la coscienza di se stessa e un’identità comune favorendo la marginalizzazione alla quale è sottoposta sia dal punto di vista politico che economico».
Molti ritengono che la carta stampata debba scomparire perché non ha un mercato e che si debba puntare esclusivamente sul digitale. Questo significherebbe escludere dalla possibilità di scegliere e di informarsi tutta quella parte di popolazione che non ha accesso alla rete.
«Anche questa è una deriva pericolosissima. Una cosa è la somministrazione di notizie e un’altra è la lettura del significato delle stesse: il primo evento avviene già da tempo attraverso la rete e i media radiotelevisivi, il secondo non può che essere prerogativa della stampa. Si potrebbe lamentare un mancato adeguamento di molti giornali a questa realtà, ma quello che più influenza le coscienze individuali è il riconoscimento dell’opinione autorevole e questa non può essere relegata a un intervento di pochi secondi su uno schermo o attraverso un altoparlante: il pubblico deve poter leggere per approfondire. Una funzione che non può passare per una realtà frammentaria come la rete ma che deve rimanere la caratteristica principale dell’informazione via carta stampata».
di Mimmo Sica, dal Roma del 1 aprile 2015

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