Le FAQ di #menogiornalimenoliberi: «I giornali devono stare sul libero mercato, chi vende resta in vita, chi non vende abbastanza deve chiudere. Non ci deve essere sostegno pubblico»


Questa idea del libero mercato che si autoregola nel migliore è una delle contestazioni più ricorrenti, più demagogiche e più errate. Fin dalla metà del ‘900 tutti gli economisti sono stati d’accordo che l’intervento dello Stato in economia sia indispensabile perché il libero mercato porta a distorsioni, ineguaglianze e alla formazione di monopoli, concentrazioni o oligopoli che danneggiano i cittadini. Il libero mercato lasciato a se stesso ha portato alla grande crisi del 1929 e alla crisi della Repubblica di Weimar, in Germania, che aprì la strada al nazismo e alla Seconda guerra mondiale. Anche tutti i partiti moderni di Destra hanno abbandonato da un secolo l’idea che il mercato possa autoregolarsi da solo e che lo Stato non debba intervenire nell’economia. Chi non lo capisce ancora oggi, nel 2015, dovrebbe rileggersi un po’ di manuali di base di economia o di storia contemporanea.

Pe questo motivo lo Stato interviene con fondi pubblici in una miriade di settori: è intervenuto pesantemente negli ultimi trent’anni per sostenere l’industria automobilistica (beneficiando così, direttamente o indirettamente, tutta la filiera, dai produttori ai concessionari). Fondi pubblcii vengono erogati agli agricoltori delle più svariate colture, per proteggerli dalla concorrenza internazionale. Fondi pubblici vengono erogati agli operatori medici e sanitari privati, agli esercenti di linee di trasporto eccetera eccetera. Solo l’informazione deve andare sul libero mercato?

Ma il settore che più di tutti gode di fondi pubbliciè quello legato all’industria culturale. Soldi pubblici vengono dati ai produttori cinematografici. I grandi gruppi editoriali (Mondadori ed Rcs) beneficiano di ingentissimi sgravi fiscali per sostenere il mrcato del libro. Il teatro italiano sopravvive solo grazie ai fondi pubblici. Come è del resto giusto che sia, perché il mercato dell’industria culturale non è in grado, per sua propria natura, di sopravvivere da solo e ha bisogno più di altri di evitare pericolose concentrazioni e monopoli. D’altro canto l’industria culturale è una risorsa fondamentale per un Paese e per la democrazia. Ancor di più lo è il pluralismo dell’informazione. Per questo l’art.21 della Costituzione e la Carta Fondamentale dei diritti dell’Unione europea prevedono il sostegno al pluralismo dell’informazione.

Lascia un commento