Il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio: «Il pluralismo informativo è un bene che va tutelato»


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In queste settimane è in corso la campagna “Meno giornali = meno liberi” promossa da Alleanza delle Cooperative Italiane Comunicazione, Articolo 21, Mediacoop, Fisc, File,  Federazione Nazionale Stampa Italiana, Sindacato Lavoratori Comunicazione CGIL, Associazione Nazionale stampa online, Unione Stampa Periodica Italiana e alla quale ha aderito anche il nostro settimanale.
Alla base c’è il tema, vitale per la democrazia, della libertà di informazione. Su questo abbiamo sentito Marco Tarquinio, direttore di Avvenire.
Che significato ha, in una logica di garantire la libertà d’informazione, la previsione da parte dello Stato di un fondo per l’editoria?
«Il fondo è uno strumento posto a presidio di un bene prezioso che si tende, però, a riscoprire e ad apprezzare solo quando viene intaccato o, addirittura, compromesso: il pluralismo dell’informazione. È insomma essenziale per la tutela della “biodiversità” del panorama mediatico. Finalmente – dopo anni di pressanti richieste anche da parte nostra – è governato da regole più severe, ispirate a criteri di maggiore equità e di rispetto del valore specifico dei giornali d’idee e del territorio, pubblicati da enti senza fini di lucro e cooperativi».
La gestione di questo fondo ha evidenziato dei problemi. Quali dovrebbero essere i criteri per regolare l’accesso al fondo in modo serio ed efficace?
«In passato si era consentito di accedere al fondo anche a simil-giornali, pubblicazioni acchiappasoldi, che “uscivano” praticamente solo nelle edicole tv serali senza arrivare a edicole e abbonati oppure testate dichiarate furbescamente “organi” di improbabili associazioni politiche. Quella selva è stata sfrondata, e meno male. Guardando avanti, è importantissimo il mantenimento del criterio del non profit: non si può pensare di sostenere imprese editoriali che distribuiscono, anche in via indiretta, utili ai loro azionisti. C’è, poi, il criterio della effettiva diffusione (cartacea e online) che deve continuare a essere un forte parametro di riferimento. Infine, è indispensabile avere criteri certi e rigorosi di assegnazione di contributi altrettanto certi. La programmazione su basi attendibili è la prima difesa del pluralismo informativo e dei posti di lavoro».
Quali altri interventi sarebbero importanti per ridare impulso a un settore strategico per la democrazia?
«Segnalo due ambiti. Il primo è la distribuzione. Va finalmente sciolto il nodo della cosiddetta “edicola elettronica”. E bisogna restituire decente efficienza e continuità alla consegna dei giornali in abbonamento postale: in questi anni sono aumentate le tariffe ed è crollata l’efficienza. L’altro ambito è quello del mercato pubblicitario, ancora troppo condizionato dalla incontrastata e abnorme posizione dominante dei network tv e da logiche spartitorie tra grandi gruppi editoriali. Il legislatore può e deve intervenire».
Per Avvenire che valore ha questo fondo e come si è ridotto negli ultimi anni?
«Il contributo pubblico percepito da “Avvenire” si è andato progressivamente riducendo, come per tutti gli altri editori non profit. I dati sono pubblici, presenti sul sito della Presidenza del Consiglio dei ministri. Comunque, nel 2014 il contributo (riferito all’attività 2013) è stato di 3,4 milioni di euro».
Da più parti (anche a livello internazionale) si segnala che nel nostro Paese la libertà d’informazione non se la passa benissimo. Cosa ne pensi?
«Per anni abbiamo sentito gridare “al lupo, al lupo!”. Da quando il “lupo” è arrivato, azzannando e trascinando in una crisi verticale molte testate e impoverendo e sfibrando il coro delle voci giornalistiche, vedo molto meno fervore… La cosa mi preoccupa. Restiamo un Paese dove operano quasi solo “editori impuri” (cioè che hanno corposi interessi extra-editoriali, economici e politici), cresce l’illusione che l’informazione del pressappoco (dilagante soprattutto, ma non solo nel web) possa sostituire a costo basso (e persino nullo) un giornalismo di qualità e si riducono, effettivamente, gli spazi dell’informazione “certificata” da professionisti. Per di più siamo in una fase di mutazione radicale di quadro, con il progressivo affermarsi della dimensione digitale dell’informazione. Vedo, insomma, un grande conflitto di interessi, da cui la libertà informativa è inevitabilmente segnata».
L’editoria cattolica che contributo porta alla libertà di informazione nel nostro Paese?
«Essenziale. Proprio alla luce della situazione che ho appena descritto. I cronisti che lavorano nelle testate cattoliche non sono gli unici a stare “fuori dal coro”, ma sono tra coloro che certamente hanno questo coraggio. Questo per noi, oggi, significa più che mai svelare e affrontare le ingiustizie, le storture e gli sfruttamenti – cito papa Francesco – prodotti dalle culture “dello scarto” e “della indifferenza” e alimentati dal “pane sporco” della corruzione, ma anche e soprattutto ampliare gli orizzonti e rompere quelli che chiamo gli “schemi imperiali” del pensiero e della comunicazione dominanti. Significa, interpretando la presenza e la missione della Chiesa in Italia e nel mondo, uscire dalle contrapposizioni schematiche e pregiudiziali, far crescere il dialogo nella chiarezza, dare voce ai senza parola, raccontare quelli che “resistono” nel fare le cose giuste. Si tratta di riconoscere piena e rispettosa “cittadinanza mediatica” a persone, organizzazioni e temi sottovalutati o addirittura emarginati o ridotti a caricatura. Quelli come noi e come voi fanno la propria parte con professionalità e dedizione ai lettori e ai territori di riferimento. Non ci rinunceremo, ma oggi più di ieri è importante che ci siano condizioni di quadro perché questo avvenga al meglio».
Lauro Paoletto
direttore de “La Voce dei Berici”
settimanale della diocesi di Vicenza

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