Così il Governo ha ucciso il più antico quotidiano d’Italia


Que­sto arti­colo di Vincenzo Vita è com­parso sul numero del Cor­riere Mer­can­tile in edi­cola sabato 25 luglio 2015.

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L’annunciata chiu­sura delle pub­bli­ca­zioni del “Cor­riere Mer­can­tile” e della “Gaz­zetta del Lunedì” è un colpo al cuore. Stiamo par­lando di pie­tre pre­ziose dell’editoria ita­liana, di una sto­ria ini­ziata nel 1824 per rispon­dere alle esi­genze moderne di una città dotata di un porto di impor­tanza straordinaria.

Le vicende dell’informazione sono sem­pre intrec­ciate con quelle dei tra­sporti e pro­prio il caso del “Cor­riere Mer­can­tile” è par­ti­co­lar­mente signi­fi­ca­tivo. Di più. Nel 1978 nac­que la coo­pe­ra­tiva che ha deciso in que­ste ore di ces­sare le pub­bli­ca­zioni, scri­vendo pagine bellissime.

Ma non è una morte acci­den­tale. Ci sono respon­sa­bi­lità pesanti in capo all’attuale governo, che è costan­te­mente eva­sivo e vago sul rifi­nan­zia­mento del Fondo dell’editoria, pro­sciu­gato fino alla soglia di 27 milioni di euro, di fronte ad un fab­bi­so­gno di almeno 80. E pochi anni fa le risorse erano poco meno di 250 milioni. Insomma dieci volte supe­riori a quelle di oggi. Vi è il rischio con­creto che la ter­ri­bile uscita di scena del “Cor­riere” sia il colpo finale della crisi: nume­rose altre testate, delle due­cento inte­res­sate dal Fondo, potreb­bero seguire la stessa sorte.

La colpa è grave. L’allarme è stato lan­ciato mol­tis­sime volte, fino alla nau­sea. Le asso­cia­zioni che die­dero vita alla cam­pa­gna “#Meno gior­nali Meno liberi” hanno urlato ina­scol­tati. Anche il recente incon­tro del “Tavolo” presso il Dipar­ti­mento per l’editoria della pre­si­denza del con­si­glio, tenu­tosi lo scorso 17 luglio, è rima­sto nel cielo delle ipo­tesi e delle buone intenzioni.Si parla ormai da mesi di riforma dell’editoria, per rive­dere ed ammo­der­nare la vec­chia nor­ma­tiva, la legge 416 del 1981. Ci vor­rebbe dav­vero, per entrare defi­ni­ti­va­mente nell’era digi­tale senza morti e feriti. Tut­ta­via, non si è visto al momento pro­prio nulla. Anzi, da ciò che tra­pela sem­bre­rebbe trat­tarsi di un sem­plice ritocco della nor­ma­tiva varata nel 2012 (l.103), che intro­dusse cri­teri rigo­rosi legati al numero di con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato non­ché alle copie effet­ti­va­mente diffuse.

Insomma, il Fondo non è da tempo la terra di ben­godi di cui cap­zio­sa­mente si parla. Vari gior­nali sono stati esclusi e la pla­tea è for­mata soprat­tutto dalle voci libere e indi­pen­denti non legate alle con­cen­tra­zioni editoriali.

Così, non è vero che solo in Ita­lia vi siano risorse pub­bli­che desti­nate alla stampa. Dice così il secondo il recente Rap­porto “Public Sup­port for the Media, a six-country over­view of direct and indi­rect sub­si­dies”, ela­bo­rato dall’università di Oxford. Austria, Dani­marca, Fin­lan­dia, Ger­ma­nia, Regno Unito, Stati Uniti, Fran­cia, quest’ultima gene­rosa con ben 200 ml di inve­sti­mento: dopo aver cele­brato gli Stati gene­rali dell’editoria, da lustri attesi in Ita­lia. Invano.

Quante volte ci si è chie­sto come mai vi sia un simile acca­ni­mento con­tro la parte dell’informazione che sta nella deli­cata zona di con­fine del non pro­fit, dell’espressione delle diverse opi­nioni poli­ti­che, della rap­pre­sen­ta­zione delle istanze locali.

E l’attuale governo non è meglio del periodo di Ber­lu­sconi, quando fu tolto il “diritto sog­get­tivo” e arri­va­rono i tagli con­si­stenti. Forse la rispo­sta è tra­gi­ca­mente sem­plice. L’autoritarismo soft impian­ta­tosi nel paese con­si­dera certi gior­nali e certe com­po­nenti dei saperi un ter­ri­to­rio “infe­dele”, non facil­mente omo­lo­ga­bile. Se qual­cuno chiude, amen.

Tut­ta­via, non è scritto nel destino che andrà sem­pre così. Un’alternativa prima o poi ci sarà. Gra­zie a tutte e a tutti voi per la corag­giosa tenuta che avete avuto. E chissà. Domani è un altro giorno.

 

 (via Il Manifesto)

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