Cosa c’entra il caso Mondadori con il Fondo per il pluralismo dell’informazione?


Leggo l’articolo “Ristrutturazioni a spese dello Stato? Faro del Parlamento su Mondadori”. Sarebbe quasi tutto condivisibile se non fosse che nell’articolo viene richiamata, in cauda venenum, la proposta di legge per l’istituzione del Fondo per il pluralismo e l’innovazione, che nulla ha a che fare con le scalate in borsa e le acquisizioni milionarie.

E allora le cose sono due: o si è in malafede, oppure non si conoscono i fatti. Il Fondo per il pluralismo è uno strumento di democrazia perché permette alle piccole cooperative no profit di fare informazione libera e di territorio. Senza quelle risorse i primi a beneficiarne sarebbero proprio quegli editori, non puri, ma figli spesso di grandi gruppi industriali, che utilizzano l’informazione per interessi propri.

Le cooperative no profit sono semmai una vittima di questi editori perché nel corso degli anni hanno visto ridotte le risorse mentre con la legge Legnini sono state le grandi società ad trarne dei benefici in virtù di prepensionamenti (a volte di facciata) e l’attivazione degli ammortizzatori sociali.

Bisogna denunciare chi produce e distribuisce utili agli azionisti sulle pelle della collettività. Ma l’informazione non può rimanere in mano a pochi eletti, deve essere libera e non può essere regolata dal mercato. Ci vogliono regole, questo sì. Ed è quello che chiedono le cooperative non profit da mesi. Regole certe perché non possiamo operare su un mercato a cui la globalizzazione ha cambiato volto con opportunità diverse, e risorse certe, perché la democrazia ha un costo e le voci libere vanno sostenute.

Claudio Verretto, www.sprintesport.it

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