Carlo Verna (Usigrai): «Il sostegno al pluralismo è un obbligo»


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di Claudio Silvestri – dal Roma di Napoli. «Il sostegno al pluralismo è un obbligo». A sostenerlo è Carlo Verna, vicedirettore del Tg3 regionale, presidente onorario dell’Usigrai, il sindacato di base dei giornalisti della Rai, di cui è stato già segretario nazionale.
Il fondo per l’editoria è ridotto al lumicino e copre poco più del 20% del fabbisogno. Questo ha messo in ginocchio più di 200 testate giornalistiche no profit. Se la situazione resta questa, le testate saranno costrette a chiudere e in strada andranno circa 3mila giornalisti, senza contare l’indotto.
«I dati sulle testate in difficoltà sono variabili e purtroppo in crescita. È vero, però, che c’è stata negli ultimi anni una proliferazione di iniziative editoriali sulle più diverse piattaforme. Un importante fattore di crisi è proprio la polverizzazione dell’offerta, che determina frammentazione di risorse. Ricorro a una battuta del grande Massimo Troisi: “Loro so’ tanti a scrivere e io song’ io sulo a leggere”. Di fronte a una situazione del genere il sostegno dovrebbe essere ragionevole e ragionato, certamente non a pioggia. Ma è difficile ragionare se il fondo dell’editoria, anche a causa del contesto generale, è stato ridotto da 506 milioni di euro nel 2007 agli attuali 140.Tolto quanto dovuto alle Poste e alla Rai ai giornali vanno appena 40 milioni o poco più».
Se si realizzasse questa ipotesi, l’informazione in Italia resterebbe solo nelle mani di quattro gruppi editoriali. Non ritiene che questo sia un rischio per la libertà di stampa?
«Il rischio di un oligopolio ovviamente c’è, perché la polverizzazione dell’offerta mette in ginocchio le iniziative medio-piccole, consentendo solo a pochi grandi gruppi di dominare il mercato. Più che per la libertà di stampa, il rischio è per la qualità della democrazia, con quattro soggetti editoriali che incidono sull’opinione pubblica e tanta informazione libera che non riesce a costituire concretamente potere di controllo. Si crea un fenomeno d’indifferenza alla stampa con poche grandi realtà dell’informazione che dettano l’agenda e altri piccoli contesti che tirano a campare, rivolgendosi a pochi utenti, che mai diventano gruppi d’opinione».
Nove associazioni di categoria hanno lanciano una campagna per fare pressione sul Governo e approvare una nuova legge sull’editoria, una legge che preveda controlli rigidi, ma che garantisca i fondi necessari alla sopravvivenza dei giornali. Condivide questa iniziativa?
«Condivido qualunque iniziativa costituisca volano di sviluppo. Non condivido una generica distribuzione di più fondi. Il sostegno deve stimolare, ma la storia ci dice che spesso si è confuso il mezzo col fine, troppi giornali sono stati fatti per vivere col sostegno».
È vero che in passato alcuni hanno approfittato di questi fondi, ma questo sta diventando per una certa politica l’alibi per cancellare una voce di spesa che garantisce un diritto sancito dalla Costituzione. Lo stesso Presidente della Repubblica ha chiarito la necessità di tutelare l’autonomia dell’informazione.
«Se la Corte Costituzionale ha detto, come ha detto, che il rovescio passivo del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero di cui all’articolo 21 della nostra Carta fondamentale è il diritto del cittadino ad essere informato correttamente, il sostegno al pluralismo è una sorta di obbligo. Si deve vedere come vada fatto e certamente alcuni parametri rigorosi vanno introdotti: la tradizione, la storia, come nel caso del Roma, il più antico quotidiano del Mezzogiorno, deve essere un elemento importante, la capacità di penetrazione nel mercato un altro, e poi naturalmente i contratti di lavoro, ma soprattutto controlli, controlli, controlli. Si decida nella nuova legge sull’editoria chi abbia il potere di verificare (l’Agcom avvalendosi della guardia di finanza?) se quanto dichiarato corrisponda al vero».
La carta fondamentale dei diritti dell’Ue impegna ogni Paese a promuovere e garantire la libertà di espressione e di informazione. In altri Paesi dell’Unione questi finanziamenti vengono chiamati “fondi per la libertà di stampa”. In Italia non è così. Come se lo spiega?
«Mi riporto a quanto appena detto, non è un problema come dicono i giuristi di nomen iuris, ma di sostanza. E la sostanza è quella di sostenere con lo sviluppo dell’informazione, il pluralismo».
Secondo una ricerca dell’Università di Oxford l’Italia nel 2014 spende solo 30 cent procapite per la libertà di stampa. In Francia si spendono 18,77 euro a testa, in Gran Bretagna 11,68 euro, in Germania 6,51 euro. In Europa siamo ultimi.
«In Italia purtroppo siamo spesso ultimi. Se ci fosse stata un’ adeguata attenzione al tema non avremmo vissuto 20 anni e più di conflitto d’interessi, che ha impattato non solo sul sistema televisivo, ma anche complessivamente su tutto quello dell’informazione. I dati dell’Università di Oxford, devono indurre la politica a essere meno timida nel prendere iniziative per il settore. Con tutto il rispetto per tanti ambiti in crisi, un conto è il sostegno all’editoria, un altro quello alle fabbriche di sapone o di pneumatici».
Tutta l’informazione locale, quella dei piccoli e dei grandi Comuni, è nelle mani delle società cooperative che vivono grazie al fondo pubblico. Senza questi soldi in Campania resterebbe solo il Mattino. Non le sembra una prospettiva inquietante?
«Ricordo che una situazione del genere si determinò all’inizio degli anni ’80, quando chiuse il Roma  di Achille Lauro. Il Mattino e il deserto. Oggi, invero, la situazione è meno drammatica di allora coi siti e le edizioni locali dei principali quotidiani italiani, ma l’informazione di prossimità ne risentirebbe enormemente, sarebbe un ingiustificabile cammino del gambero del sistema della stampa in Campania, ma io dico in Italia, trattandosi di questione più ampia, che travalica i confini regionali».
Molti ritengono che la carta stampata debba scomparire perché non ha un mercato e che si debba puntare esclusivamente sul digitale. Questo significherebbe escludere dalla possibilità di scegliere e di informarsi tutta quella parte di popolazione che non ha accesso alla rete
«Certamente è valida la battuta di Troisi che ho ricordato prima ,ma un conto è il digitale, un altro la carta. Leggere un e-book e poi un bel libro tradizionale per vedere l’effetto che fa. Il mercato (per il principio economico del bisogno decrescente appena una parte di esso è soddisfatto) determinerà secondo me una riduzione del carteceo, ma non cancellerà il gusto di sfogliare un bel giornale, che dovrà sapientemente puntare su approfondimento e qualità».
Firmerà la petizione su Change.org?
«Se contiene quel che ho detto rispondendo alle domande del Roma non vedo perché no».

 

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