Bruno Lanza: “Chiudono i giornali? Perdiamo tutti. Avremo un Paese ancora più povero”


Napoli. Bruno Lanza (nella foto) è un autore di canzoni e non ama definirsi paroliere. È sulla breccia da più di trent’anni. Ha scritto per i maggiori interpreti della canzone napoletana e non. Vanta tra i suoi “clienti” più prestigiosi Andrea Bocelli, passando per Nino D’Angelo, Valentina Stella, Gigi Finizio con il quale ha confezionato il miglior disco della sua carriera e tanti altri.

È stato insignito del premio “Mia Martini” come migliore autore del 2009. Ha fama di essere polemico e “puntuto”. Non la manda a dire e ciò gli costa qualche nemico, ma anche tanti estimatori. Uno dei sui principi fondamentali è la libertà di informazione.

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Il fondo per l’editoria è ridotto al lumicino e copre poco più del 20% del fabbisogno. Questo ha messo in ginocchio più di 200 testate giornalistiche no profit. Se la situazione resta questa, le testate saranno costrette a chiudere. Non ritiene che questo sia un rischio per la libertà di stampa?
«Un Paese senza stampa non è un paese libero. Sono dell’avviso che la mia libertà non cresce se mi confronto con un giornale che rappresenta le mie idee, tutt’altro. La mia crescita è possibile quando tesi contrastanti e lontane entrano in conflitto. È il mio avversario, il mio “nemico” a garantirmi l’elaboraziomne del pensiero e, quindi, la crescita. Non vorrei essere estremo o complottista, ma ho il sospetto che tutto il potere economico, più che quello politico, stia spingendo verso la maggiore omologazione possibile della società. Un popolo omologato e piatto, infatti, è il cliente ideale per l’economia feroce e “canaglia” come l’ha definita Loretta Napoleoni. Basti pensare ai messaggi subliminali che i media trasmettono pedissequamente ogni giorno».
Nove associazioni di categoria hanno lanciano una campagna per fare pressione sul Governo e approvare una nuova legge sull’editoria. Condivide questa iniziativa?
«Non solo la condivido, ma la estenderei a un’altra vittima della cultura italiana: il teatro, che, insieme all’editoria, rappresenta il risvolto della stessa medaglia. Tagliare i fondi all’editoria, come al teatro, legittima il sospetto che esista una chiara volontà di impoverire il Paese. Allora è giustificata quanto inquietante la domanda: quale paese vogliamo costruire e consegnare alle nuove generazioni e come vogliamo che siano domani i giovani di oggi? Vogliamo un Paese di zombi che, costretti in una casa tecnologica, riceveranno su uno schermo le informazione selezionate dal “grande fratello”? Se è così, abbiamo imboccato la stada giusta. In caso contrario, come spero che sia, non c’è più tempo perchè siamo arrivati ai limiti del “punto di non ritorno” per cui occorre alzare alta la voce e subito».
È vero che in passato alcuni hanno approfittato di questi fondi, ma questo sta diventando per una certa politica l’alibi per cancellare una voce di spesa che garantisce un diritto sancito dalla Costituzione.
«L’incapacità di controllare che i finaziamenti siano legittimamente utilizzati e quindi destinati alle finalità per cui sono erogati non può trovare l’“assoluzione” con una aberrante “sentenza” che elimina alcuni di essi e, nel caso specifico, quelli destinati all’editoria. L’editoria virtuosa, quella che opera in trasparenza e che tiene, come si suol dire i conti a posto, va sostenuta e incentivata anche per creare altri posti di lavoro, oltre a mantenere quelli esistenti. Non solo non è corretto, ma neanche morale che il “giusto paghi per il peccatore”».
Molti ritengono che la carta stampata debba scomparire perché non ha un mercato e che si debba puntare esclusivamente sul digitale.
«È una bestemmia. La carta stampata è insostituibile perché il web sta all’informazione come Facebook sta all’amicizia. Avere un giornale tra le mani è un gesto poetico e gratificante. Annusarlo ancor prima di leggerlo, percepire la fatica di uomini e donne che, mentre il mondo dorme, stanno a prendersi rimbrotti e gratificazioni dal direttore, “sentire” la musica delle rotative, che comunque continua ad aleggiare nell’aria, avere tra le mani con una celata commozione la prima copia, è sintesi di stati d’animo viscerali, profondi, intensi, insostituibili».

(Fonte: Mimmo Sica, ilroma.net del 15 marzo 2015)

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